📅 Pubblicato il: 23 agosto 2026
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📂 Categoria: Pensieri del giorno · Governance territoriale
🔖 Codice editoriale: SMP-ED-PER-2026-01
📑 Revisione: Rev. 00
Di Gian Andrea Magnani
Fondatore e CEO
Studio Magnani™ & Partners
Vivo per scelta in una frazione di un piccolo Comune.
Il territorio comprende tre parrocchie principali, alle quali si aggiungono quelle delle frazioni: chiese e campanili nati quando la popolazione era più numerosa, le famiglie più stabili e gran parte della vita sociale si svolgeva all’interno del paese.
Oggi, come accade in molti piccoli Comuni italiani, le frazioni si stanno progressivamente spopolando.
Diminuiscono i residenti, chiudono le attività, aumentano le abitazioni utilizzate soltanto in alcuni periodi dell’anno e diventa sempre più difficile garantire la continuità dei servizi. Questo processo non riguarda soltanto l’economia o l’amministrazione pubblica. Produce conseguenze profonde anche sulle parrocchie e sulle persone che continuano a frequentarle.
Oggi, nella frazione in cui vivo, è il giorno della festa patronale.
Ma è anche il giorno di una partenza particolare.
Il parroco che per molti anni ha guidato e custodito queste comunità partirà per ritirarsi in convento. L’età gli consegna un meritato riposo dopo una lunga vita di servizio. A chi rimane lascia, però, un vuoto che non è soltanto organizzativo.
È soprattutto un vuoto umano e morale.
Per molte persone di mezza età non era semplicemente un parroco.
Era “il Don”.
Era presente da quando i loro ricordi hanno cominciato ad avere luce. Ha accompagnato battesimi, comunioni, matrimoni e funerali. Ha conosciuto le famiglie, le loro storie, i momenti felici e quelli più difficili.
La sua presenza apparteneva alla geografia umana del luogo quanto la chiesa, la piazza, le case e le strade.
Quando parte una persona così, non si può parlare soltanto di un normale avvicendamento.
Viene meno un punto fermo.
Sono cresciuto in una città metropolitana negli anni Sessanta. Come molti ragazzi della mia generazione, frequentavo la parrocchia e l’oratorio.
Non era una caratteristica esclusiva dei piccoli paesi. Anche nelle città, la parrocchia rappresentava uno dei principali luoghi di aggregazione.
L’oratorio offriva ai giovani uno spazio protetto, occasioni di incontro, attività sportive e la presenza di adulti riconoscibili. Non era soltanto una questione religiosa. Era un modo concreto per accompagnare la crescita dei ragazzi, tenerli lontani dai pericoli e insegnare loro a vivere insieme agli altri.
La parrocchia era parte della comunità e la comunità si riconosceva anche nella parrocchia.
Oggi quel modello si è profondamente indebolito.
Molti giovani non riconoscono più nella parrocchia un naturale luogo di appartenenza. Le loro relazioni si sviluppano altrove, spesso attraverso strumenti digitali che superano i confini del paese, ma non sempre costruiscono legami reali con il territorio.
Nelle frazioni il problema è ancora più evidente: diminuiscono i giovani, le famiglie, i volontari e le persone disponibili ad assumersi responsabilità.
Di conseguenza, si riduce anche la capacità della comunità di assicurare il proprio ricambio.
Possiamo considerare tutto questo una mancanza di governance?
Credo di sì, purché si utilizzi il termine nel suo significato più ampio e corretto.
La partenza di un parroco anziano non rappresenta, di per sé, un fallimento gestionale. È un passaggio naturale e umanamente comprensibile.
Il problema emerge quando un territorio non è più in grado di preparare e organizzare una continuità.
Non necessariamente attraverso l’arrivo di un altro parroco residente, soluzione che la diminuzione delle vocazioni e la struttura demografica rendono sempre più difficile, ma mediante una rete capace di preservare le funzioni comunitarie che rischiano di andare perdute.
La governance di prossimità è precisamente questo: la capacità delle istituzioni, delle comunità religiose, delle associazioni, delle famiglie e dei cittadini di riconoscere per tempo un problema, condividere le responsabilità e costruire una risposta sostenibile.
Non significa confondere il ruolo del Comune con quello della parrocchia, né attribuire funzioni religiose a soggetti che non le possiedono.
Significa comprendere che alcuni luoghi svolgono contemporaneamente una funzione spirituale, sociale, culturale e territoriale.
Il parroco, soprattutto in una piccola frazione, non è soltanto colui che celebra le funzioni religiose. Spesso è anche memoria della comunità, punto di ascolto, riferimento per gli anziani, collegamento tra generazioni e promotore di occasioni di incontro.
La chiesa, allo stesso modo, non è soltanto un edificio destinato al culto. È un luogo nel quale una comunità si riconosce, conserva la propria storia e continua a incontrarsi.
Se vengono meno contemporaneamente la persona, la presenza e la funzione aggregativa, il campanile può rimanere fisicamente in piedi mentre la comunità intorno a esso progressivamente scompare.
Il lavoro sviluppato intorno al progetto 100 Campanili, nato per accompagnare la sostenibilità economica e organizzativa degli enti ecclesiastici, mi ha portato a riflettere anche su questo aspetto.
La sostenibilità di una parrocchia non può essere misurata soltanto attraverso i costi, i consumi energetici o lo stato di conservazione degli immobili.
Sono elementi importanti, ma rappresentano soltanto una parte del problema.
Un edificio può essere correttamente mantenuto e, allo stesso tempo, avere perduto la propria funzione comunitaria. Possiamo conservare un tetto, restaurare una facciata e ridurre una bolletta, ma nessun intervento tecnico sarà sufficiente se non resteranno persone capaci di aprire quella porta, organizzare un incontro e far vivere quello spazio.
Prima ancora di domandarci come mantenere aperta una chiesa, dovremmo chiederci quale funzione potrà continuare a svolgere nel territorio e quali soggetti potranno contribuire a conservarla.
Serve una nuova alleanza di prossimità.
Un’alleanza rispettosa delle diverse competenze, ma capace di coinvolgere parrocchie, amministrazioni locali, associazioni, volontariato, famiglie e attività economiche.
Non per sostituire il parroco o occupare impropriamente spazi ecclesiali, ma per evitare che, insieme alla sua partenza, venga meno tutto ciò che intorno alla sua presenza si era costruito nel tempo.
Oggi salutiamo un uomo che ha dedicato una parte importante della propria vita a queste comunità.
È giusto che possa lasciare le responsabilità quotidiane e vivere con serenità una nuova fase della propria vita. È altrettanto giusto riconoscere ciò che la sua partenza rappresenta per chi rimane.
Il modo migliore per ringraziarlo non è soltanto ricordare ciò che ha fatto, ma impedire che il patrimonio umano e comunitario da lui custodito venga progressivamente disperso.
Lo spopolamento non chiude soltanto case, negozi e servizi.
Riduce la capacità di una comunità di sostituire le persone che, per decenni, l’hanno tenuta insieme. Questa è una delle forme meno visibili, ma più profonde, della crisi di governance dei territori minori.
Un campanile non è soltanto una costruzione che indica da lontano la presenza di una chiesa.
È il segno di una comunità che riconosce di appartenere a un luogo.
La vera sfida non sarà soltanto mantenerlo in piedi.
Sarà fare in modo che, sotto quel campanile, continui a esistere una comunità.
Grazie, Don Augusto, per il tempo, per la presenza e per essere stato, per tanti, semplicemente “il Don”.
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